Fare un viaggio on the road a Bali, noleggiando autonomamente un’auto, può sembrare un’impresa complicata, soprattutto per famiglie con bambini.
Invece, se ci si arma di pazienza, si ha all’attivo qualche anno di esperienza e magari un paio di guide a sinistra, ci si può sicuramente cimentare. Se ne guadagnerà in libertà di movimento e decisamente in budget.
Fatta questa necessaria premessa e ricordando che il miglior periodo per una vacanza a Bali è la nostra estate, andiamo a incominciare (la prima parte sarà necessariamente didascalica e informativa, la seconda più narrata e discorsiva).
Come arrivare a Bali
Arrivare a Bali… è una faccenda lunga e neanche troppo economica. Per contenere il costo del biglietto e vedere una città nuova, abbiamo deciso di fare tappa a Kuala Lumpur, modulando gli orari dei voli in modo da garantirci qualche ora di fattibilissima visita – sia all’andata che al ritorno – al centro città/KLCC, alle Petronas Towers e alle spettacolari Batu Caves.

(Oman Air, Malpensa-Kuala Lumpur e ritorno, con scalo a Muscat + Malindo Air, Kuala Lumpur-Bali e ritorno, 547 euro a testa).
Auto a noleggio a Bali
Arrivati a Denpasar in serata, fuori dall’aeroporto, ci aspettava Bima Sakti Car Rental, contattata via mail direttamente, che ci ha consegnato una Toyota/Astra Agya per 15 dollari al giorno, assicurazioni incluse. Pagamento cash sul momento senza deposito.

Dopo le doverose foto ai graffi della carrozzeria e il posizionamento del fido seggiolino/rialzo portatile e (auto)gonfiabile BubbleBum (38 euro, su Amazon), eravamo pronti a cominciare il nostro viaggio on the road a Bali.
Diciassette lunghi giorni a cavallo tra giugno e luglio. Il periodo perfetto.
Dove dormire e cosa fare a Seminyak in 3 giorni (Bali on the road con bambini, parte prima)
La prima tappa del nostro tour è stata la cittadina di Seminyak. Il primo albergo, il carinissimo GrandMas Hotel Seminyak, nella strategica via Jl. Camplung Tanduk, a pochi minuti a piedi dal mare.
Prenotando direttamente sul sito della mini catena abbiamo pagato 116 euro in tre, per 3 notti con prima colazione al sottostante ristorante Miura. Molto bello.

Nei giorni a Seminyak ci siamo dedicati alla visita delle spiagge della costa sud, quindi Semiynyak stessa, Legian, Kuta, Jimbaran a sud-est, poi quelle che si snodano lungo la penisola del Bukit, ancora più a sud, come Balangan, Bingin, Padang Padang, Suluban, Uluwatu, Pandawa, infine quelle del sud-est, Nusa Dua e, a salire, Sanur.
Che dire… Di tutte queste spiagge quella che ci è piaciuta di più è stata Seminyak.
Bukit
Questo perchè, se è vero che il mare, lungo la penisola del Bukit, ha colori più intensi, è più azzurro e alcune spiagge sono più isolate e meno urbanizzate, le onde e le correnti “vivaci” rendono quest’area di Bali ben poco adatta alla balneazione di famiglie con bambini.
Nel Bukit è comunque interessante fare un giro, non foss’altro per recarsi al tempio sull’acqua di Uluwatu, dalle viste mozzafiato.
Oppure anche per immergersi nella cultura molto easy dei surfisti australiani, tra onde, attese e Bintang, la birra locale che spopola in tutti i bar di Bali. Tra questi, naturalmente, anche quelli che punteggiano la zona e si abbarbicano sui costoni di roccia che incombono sulla spiaggia.

Nusa Dua e Sanur
Che dire anche delle zone solitamente consigliate alle famiglie con bambini in viaggio a Bali, cioè Nusa Dua e Sanur? Non ci sono piaciute molto…
Nusa Dua, a fronte di un mare oggettivamente perfetto per i bambini, calmo e azzurrino, è pervasa da un’atmosfera un po’ artificiosa, nè balinese, nè australiana (che, comunque, è divertente).
Si tratta di un luogo che non possiamo assolutamente definire brutto, ma che è semplicemente non troppo interessante. Nusa Dua è, comunque, un’ottima soluzione per chi debba fare un po’ di mare, abbia bimbi piccoli e voglia una base comoda, servita da strade ben tenute che dalla resort area portino pressoché dappertutto.

Sanur, invece, francamente non la salvo quasi in nulla. C’è un piccolo tratto della passeggiata che offre ristorantini e bar carini e in alcuni punti il mare e la spiaggia sono decenti. In generale, però, Sanur è piuttosto degradata e sporca. Bocciata.
Seminyak
Seminyak, invece, pur condividendo un generale senso di trasandatezza, comune, comunque, a tutta Bali, offre sia una cittadina con molti servizi (piccoli supermercati, negozi, attività varie) che un lungomare di tutto rispetto, ricco di baretti e ristoranti molto frequentati e molto colorati.
La zona – vicinissima al nostro hotel – che va dall’Anantara Bali Seminyak Resort alla spiaggia Double Six, passando davanti al ristorante La Plancha, è carinissima e ricchissima di localini.
Nel tardo pomeriggio, la spiaggia antistante si riempie di ombrelli colorati e bean bags, pronta ad accogliere la moltitudine di turisti durante il rito dell’aperitivo al tramonto. Affollato, ma suggestivo.

La spiaggia di Seminyak, inoltre, ha una conformazione veramente interessante. Di ampissime dimensioni, sia in lunghezza che in larghezza, il bagnasciuga è costituito da una sorta di immenso plateau che smorza, senza annullare completamente, le onde che arrivano dal largo.

Grazie a questa spianata si crea una zona in cui fare il bagno diventa fattibilissimo. Naturalmente, tra un salto tra le onde e l’altro, i bambini (meglio se non troppo piccoli e già con qualche rudimento di nuoto) vanno tenuti d’occhio e talvolta presi per mano. Ma una volta ponderati questi accorgimenti, sguazzare nel mare di Seminyak diventa davvero molto divertente.

E se onde e correnti risultano proprio sgradite, si può optare per un bagno nelle meravigliose, azzurrissime piscine fronte mare di Ku De Ta e, soprattutto, di Potato Head, due spettacolari beach club free entry a nord e a sud di Seminyak.

I primi giorni di tour si sono conclusi con una visita veloce alla cittadina di Kuta, congestionatissima e un po’ tamarra, e con la famosa cena a base di pesce (ma anche di pollo) sulla spiaggia di Jimbaran, illuminata dalle luci di mille tavolini spostati nottetempo sulla sabbia. Abbastanza suggestiva

Ubud, Bali on the road con bambini, parte seconda
Esaurita questa prima parte sulla costa di Bali, con la nostra macchina a noleggio ci siamo diretti verso le zone centrali dell’isola, più orientate alla spiritualià e ricche di natura rigogliosa.
Luogo d’elezione da cui far partire le esplorazioni dell’interno è, naturalmente, Ubud, capitale culturale dell’isola.
Dove dormire a Ubud
A Ubud ci siamo fermati 6 giorni. Per i primi 4 abbiamo scelto Murni’s House, una bella guesthouse dotata di veranda per la colazione, rilassante ed esotica.
Bellissimo mangiare lì col suono dell’acqua delle fontane e il cinguettio degli uccellini che abitano le infinite piante del giardino, ricchissimo anche di opere d’arte balinese.
Altrettanto bello, la sera, rilassarsi nella misteriosa piscina dal vago aspetto classico e sacro posta sul retro e aperta fino alle 23.00. Una chicca prenotata su Booking.com e pagata 33 euro al giorno per pernottamento e colazione per tre.

Le ultime due notti a Ubud ci siamo spostati a Sri Bungalows. La struttura, davvero molto bella, anche se un po’ trasandata, si divide in due parti.
La prima, più nuova (o ristrutturata), costituita da bungalows in muratura impreziositi da praticelli ben rasati e serviti da una piscina “normale”, la seconda, più datata, collocata dopo una vera e propria risaia interna.

Percorrendo un vialetto che la attraversa, si arriva ad alcune palazzine a ridosso di una zona ribassata. Lì sotto, affiancata ad altri bungalows, appare inaspettatatamente una bella piscina vista giungla.

Non è una struttura perfetta e avrebbe sicuramente bisogno di rimodernamenti, ma qualche giorno a Sri Bungalows, vista anche la posizione strategica in Monkey Forest Road, si passa senz’altro volentieri. (65 euro per 2 notti con colazione in tre, su Booking.com).
Cosa vedere e fare a Ubud e nei dintorni
I giorni a Ubud sono stati davvero intensi, ricchi di escursioni nella natura, ma anche di passeggiate nelle trafficatissime vie del centro, principalmente Jl. Raya Ubud e Jl. Monkey Forest.
La mattinata del primo giorno l’abbiamo dedicata al Camphuan Ridge Walk, il pomeriggio alla Monkey Forest, entrambi comodamente in città.
Camphuan Ridge Walk
Il Camphuan Ridge Walk è una bella passeggiata nella natura. L’entrata, un po’ defilata, è a fianco di Warwick Ibah Luxury Village, sul curvone di Jl. Raya Ubud, a due passi dalla nostra guesthouse.
A fronte di un’ingresso un po’ cupo, con una natura scura e incombente, il Campuhan Ridge Walk si sviluppa su un percorso molto aperto, solare e anche piuttosto semplice. Chiunque può cimentarsi, sia i bambini che le persone appena arrivate a Bali e ancora un po’ intimorite dalla generosa potenza della natura indonesiana.
Il costone su cui si cammina, che è comodamente pavimentato, offre, infatti, viste privilegiate della densa foresta pluviale circostante senza doversi fare strada tra alberi e liane intricate. Il Camphuan Ridge Walk è il battesimo perfetto per i novelli trekker tropicali.

Completano il “pacchetto” alcuni warung, i ristorantini-bar etnici che si trovano a circa due kilometri dall’inizio del Camphuan Ridge Walk e che segnano il punto di arrivo e di ritorno del percorso, a meno di non voler completare l’intero anello. Ma se, come la maggior parte delle persone, sarete già soddisfatti di esser arrivati fin lì, prendetevi un cocco, pranzate e tornate indietro.

Monkey Forest
Stanchi, ma felici, il pomeriggio ci siamo dedicati alla Monkey Forest, a cui siamo arrivati con una bella camminata interna alla città.
Dall’entrata/uscita del Camphuan Ridge Walk, si va a sinistra, su Jl. Raya Ubud, e si percorre un tratto di strada surreale, tra traffico, alberi altissimi ai lati e liane che penzolano dall’alto.

Passando dal cuore di Ubud – il punto di incontro da Jl. Raya Ubud e Jl. Monkey Forest – e svoltando a destra, proprio su Jl. Monkey Forest, in pochi minuti si arriva alla Foresta delle Scimmie (circa 5 euro gli adulti, 4 i bambini).
La Foresta è un tripudio di alberi giganteschi, liane, vialetti, ponticelli, statue, templi e, naturalmente, scimmie, una marea di macachi grigi che saltellano, corrono, mangiano, giocano e litigano ovunque.

Una bella esperienza – sicuramente ad alta densità e affollamento turistico – ma ugualmente molto piacevole, un must di ogni viaggio a Bali con bambini.
L’esperienza può essere ulteriormente suggestiva se, come nel nostro caso, capita che scoppi un temporale tipicamente tropicale, cioè violentissimo: camminare nella foresta pluviale sotto un vero e proprio diluvio può davvero diventare un momento di rara e poetica intensità
Risaie di Tegalalang
Il giorno successivo ci siamo dedicati alle Risaie di Tegalalang. Nonostante le critiche riguardo alla loro eccessiva “turisticità”, noi le abbiamo trovate bellissime.
L’importante è non fermarsi al primo ingresso, quello dedicato agli Instagrammer, a chi cerca lo spot fotografico “giusto”, la zona in cui posare ad hoc, le altalene nel vuoto con drappi svolazzanti (le famose Bali swing), i nidi, i cuori, le scritte, i contadini che lavorano/posano.

Perchè – per quanto carina sia anche quella parte (chi non vuole avere una foto del proprio bambino in un nido gigante o un selfie davanti alla scritta “I love Bali”? In fondo siamo tutti un po’ nazional-popolari…) – le esperienze più naturalisticamente gratificanti, sono altrove.
Per la precisione, solo un po’ più avanti. Per apprezzare al meglio le risaie, infatti, si deve scegliere uno dei mille ingressi successivi, quasi sempre associati/affiancati a negozi, ristoranti, bar audacemente abbarbicati sui costoni delle colline.
Una volta scesi i gradini o entrati nei vari sentierini, ci si troverà ai bordi delle risaie e davanti ai vari percorsi di trekking.
“ingresso luwak”
Un’esperienza a parte sicuramente la nostra. Siamo entrati al secondo ingresso, un vialetto un po’ defilato, quello in prossimità del quale si viene invitati a osservare come si produce il caffè Luwak.
Proseguendo (si può decidere o meno di sostare in zona produzione) ci si ritroverà in una porzione delle risaie molto poco turistica, non “abbellita” e spesso allo stato completamente naturale.
Si camminerà in un’area senza folla e in tratti di terreno a volte complicati, zigzagando tra risaie e giungla. Di tanto in tanto capiterà di incontrare contadini molto anziani, piegati in due che, per qualche rupia, ti indicheranno la via.
Esperienza sicuramente intensa, a tratti anche un po’ impegnativa. Bambini (magari non piccolissimi) talvolta per mano, soprattutto in prossimità di zone scoscese, con ponticelli improbabili e scale conficcate nel fango a malapena intuibili.
Per chi cerca la versione avventurosa e non turistica di Tegalalang, quest’ingresso potrà dare delle soddisfazioni.
Alla fine del percorso e della sfacchinata, comunque, ci sarà la ricompensa, l’immancabile warung (Santana Terrace Bali) che, oltre a farti capire di essere sulla giusta via e non disperso nel cuore della foresta pluviale di Bali, ti consentirà di riposare e bere l’immancabile cocco (o anche una bella Bintang).

Tirta Empul Temple
Dopo Tegalalang, abbiamo deciso di fare un giro nei dintorni, visitando, tra le altre cose, il Tirta Empul Temple. Si tratta di un luogo abbastanza suggestivo in cui gli induisti, in una grande vasca, si purificano con l’acqua di una sorgente sacra.

Molti anche i turisti stranieri che si immergono a fianco dei balinesi e provano l’esperienza della purificazione. Noi ci siamo limitati a osservare l’interessante gestualità rituale a un più neutro bordo vasca.
Per accedere all’area del tempio, anche qui, come altrove, si deve indossare un sarong, una sorta di pareo che copre le gambe, necessario per motivi religiosi.
I sarong, per chi ne è sprovvisto, sono in prestito presso l’entrata. Chi desidera avere il proprio e conservarlo per successivi ingressi in zone sacre, lo può comprare a un mercatino lì vicino. Una volta a casa sarà senz’altro un gradito ricordo.

Escursione a Est
Il giorno successivo ci siamo diretti a est di Ubud. Moltissime le cose viste. Alcune belle, altre meno. Tra tutte le escursioni, questa, a parte alcuni highlight nella prima parte della giornata, si è rivelata la meno entusiasmante, oltre che la più “sfortunata”.
Tra i luoghi che ci sono piaciuti c’è senz’altro Goa Gajah (Elephant Cave), un tempio e un sito archeologico, Patrimonio Unesco. Singolare la grotta sacra a cui si accede da un ingresso a forma di bocca del Dio Ganesh, divinità con la testa di elefante.

Nell’area sono disseminati alcuni edifici e monumenti sacri induisti. La particolarità di questo luogo è che, poco oltre, è stato costruito anche un tempio buddista. Vi si accede attraversando una bella e verdissima foresta.

Non lontano da Goa Gajah, si trova il sito archeologico di Yeh Puluh, caratterizzato da una lunga parete scolpita.

Molto bella anche l’area circostante. Una serena zona rurale verde intenso, coltivata a risaie che, a differenza di altri luoghi, è molto poco battuta dalle folle. Un’inaspettata oasi di pace e silenzio.

Essendo vicine, abbiamo dato un’occhiata anche alle cascate di Kanto Lampo. Sicuramente suggestivo il contesto naturale, ma l’affollamento umano e una certa e diffusa sporcizia ne hanno condizionato l’apprezzamento.

Da qui in poi, le cose si sono fatte complicate. Dopo aver visitato rapidamente il tempio di Goa Lawah, pranzato a base di mahi mahi (un pesce squisito) nel bellissimo ristorante di un resort di Candidasa trovato per caso, Alam Candi Dive Resort, abbiamo deciso di cercare le famose spiagge segrete della costa est (tipo White Sand Beach).
Spiagge segrete di Bali Est
Purtroppo, però, complice Google Maps che ha smesso di funzionare bene, non solo non siamo riusciti a trovarle, ma abbiamo cominciato a finire in zone stranissime, tra fattorie isolate e disperse nel “bush”, abitate da balinesi per nulla contenti che fossimo lì, tra stradine sterrate e strettissime, radure piene di cose incomprensibili, mucche in mezzo alle uniche vie d’accesso, zone d’ombra improvvise e un po’ inquietanti, piccole folle di ragazzini su motorini usciti dal nulla e allibiti per la nostra presenza lì (almeno quanto noi per la loro).
Ci siamo “incastrati” più di una volta, senza capire che direzione prendere, finendo spesso in strade senza via d’uscita, costretti a fare complicatissime retromarce mentre incrociavamo driver balinesi, con turisti smarriti al seguito, che, a quanto pareva, si erano persi esattamente come noi… Insomma, una faticaccia!
amed
Usciti da quel dedalo di stradine e luoghi improbabili, abbiamo rinunciato alle spiagge nascoste e ci siamo diretti verso lidi più “tradizionali”. La tappa successiva di questa escursione a est, infatti, è stata Amed.
Località apprezzata da chi pratica snorkeling e diving e piena di esercizi commerciali collegati a queste attività, a noi Amed è piaciuta poco.
A fronte di un mare sicuramente molto bello, infatti, la cittadina di Amed è inserita in un contesto davvero trasandato. Si può decidere di prescindere e di godersi la spiaggia e i suoi bar, ma noi, forse provati da ore di girovagamenti improduttivi, abbiamo deciso che non era la giornata giusta. Pazienza.

sideman
Presa la decisione di tornare indietro e visitare la cittadina di Sideman sulla via del ritorno, ci siamo messi in macchina, ignari che la giornataccia non era ancora finita…
Seguendo le mappe e pensando di trovarci su strade strette ma, tutto sommato, abbastanza normali, ci siamo ritrovati, con la nostra piccola Toyota Agya, a “scavallare” una serie infinita di crinali di collinone, su e giù, su strade che all’improvviso non erano nemmeno più asfaltate e diventavano sempre più strette e scoscese. E questo mentre sopraggiungeva la notte e non si trovava un lampione nel raggio di kilometri. Impegnativo. E, francamente, anche abbastanza ansiogeno…
Quando, dopo un viaggio interminabile, siamo finalmente arrivati a Sideman, era ormai notte e non si vedeva più nulla…
Un po’ sconfortati, lieti solo che il nostro bambino dormisse serenamente, abbiamo proseguito sulla via del ritorno su strade che, per fortuna, avevano ricominciato ad essere normalmente – si fa per dire – larghe e normalmente – si fa per dire – illuminate. Fine di una mezza giornata da quasi-incubo.
Kajeng Walk
Il giorno successivo l’umore è tornato alto grazie a un’escursione davvero molto piacevole, il Kajeng Walk, comodamente raggiungibile a piedi da qualsiasi hotel di Ubud.
Il Kajen Walk è un percorso di trekking morbido che inizia e finisce in città, ma si sviluppa in piena natura, tra foresta e risaie.

O meglio, se si entra a fianco del ristorante Paon, in una vietta microscopica segnalata da un cartello che indica il sentiero Suwak Juwuk Manis (che si unisce al Kajeng Walk, passa per il Sweet Orange Warung e arriva su Kajeng road), si fa un percorso ad anello abbastanza corto, a base di sole risaie. Bello, niente da dire.
Se, però, si desidera fare un anello più ampio, come noi, ad esempio, si entra da Kajen Road (tra Starbucks e il Palazzo Reale) e si prosegue dritti senza svoltare verso il sentiero a sinistra che, dopo un po’, si congiungerebbe al Suwak Walk (anche se al contrario).
Proseguendo dritti, invece, alla fine, si uscirà nei pressi di una strada in discesa asfaltata e di un negozio di tattoo.
Il percorso più lungo è meno battuto, alcuni tratti sono sicuramente più accidentati e in uno o due zone i bambini vanno tenuti per mano.

Il punto in cui si deve svoltare verso sinistra, per immettersi nella seconda parte del percorso, è rappresentato da un ponticello, non segnalato sulle mappe, che porta, sempre a sinistra, su una piccola gradinata verso l’alto e verso le risaie e i warung (Warung Mami, Sunset Cafe and Bungalow, Joglo Organik, Zen Rooms, ecc.).

Questo secondo percorso, sicuramente più impegnativo e meno comodo, ha il pregio, però, esattamente come per l'”ingresso Luwak” a Tegalalang, di associare, nella stessa esperienza, l’avventura del trekking in una piccola foresta pluviale alla passeggiata nelle splendide risaie, senza dover scegliere tra l’una o l’altra cosa.

Bellissimo, se si pensa che si è a poche centinaia di metri dalla rumorosissima Ubud. Sembra quasi un altro mondo.

La cittadina di Ubud
Al centro di Ubud, invece, il caos regna sovrano. Intensissimo il traffico di mezzi di ogni tipo (motorini, macchine, pullman enormi) e massiva la presenza di folle di turisti che sciamano in ogni dove.
Chi, memore del passato, cerca nel cuore di Ubud l’Oriente mistico, con la sua pace, il suo silenzio e la sua meditazione, potrebbe rimanere spaesato, perchè quel tipo di Oriente, qui, non c’è più.

Nonostante la gran confusione, però, Ubud centro è comunque un luogo interessante da visitare.
Ad esempio, passeggiando su Jl. Raya Ubud (occhio ai marciapedi dissestati), si troverà il Museo dell’Arte balinese, Puri Lukisan, o poco oltre, il bellissimo Tempio di Saraswati, a cui si arriva costeggiando uno stagno pieno di fiori di loto, ma che si può osservare, gratuitamente, solo dall’esterno.

Proseguendo sulla stessa via si troverà il Palazzo Reale, considerato il vero e proprio centro della cittadina, là dove Jl. Raya Ubud s’incontra con Jl. Suweta e Jl. Monkey Forest Road.

Il Palazzo, così come il Tempio di Saraswati, la sera ospita un suggestivo spettacolo di danza balinese.
Noi, su richiesta del nostro bambino, rimasto colpito dai mille depliant pubblicitari diffusi in tutta Bali, abbiamo assistito all’affollatissima Legong Dance, proprio al Palazzo Reale. Una bella esperienza, ipnotica e coinvolgente. (Ingresso al Palazzo gratuito, spettacolo di danza ore 19.30, 6 euro adulti, bambini free).

Interessante osservare, mentre si passeggia a Ubud (ma anche nel resto dell’isola), come su marciapiedi, gradini o altre superfici, si trovi una serie infinita di cestini votivi.
Si tratta di piccoli manufatti che la popolazione induista confeziona, riempie di cibo, fiori e incenso e quotidianamente offre agli dei.

Dato il frequente affollamento sui già risicati marciapiedi, a volte bisognerà fare attenzione per cercare di schivarli.
Ciò che colpisce di Ubud – e i cestini in ogni dove ne sono un esempio – è la presenza costante della religione in tutti gli aspetti della quotidianità.
Ci sono monumenti storico-artistico-religiosi disseminati ovunque, talvolta avvolti da drappi bianchi e neri e visibilmente venerati da persone che compiono gesti rituali; e questi monumenti sono spesso affiancati da strutture/oggetti/edifici che nulla hanno a che vedere con la dimensione sacra.
Grazie a questo continuo connubio tra sacro e profano sarà frequentissimo vedere statue che richiamano divinità o demoni induisti e, a neanche due passi, un negozio, una spa, un’agenzia di escursioni, un ristorante.

… e parlando di ristoranti, tra i moltissimi che offrono cibo locale sia a buon prezzo che a cifre meno popolari, sia semplici che eleganti (ce ne sono di tutti i tipi) a noi sono molto piaciuti quelli posizionati al primo piano degli edifici.
Mangiare squisiti nasi e mie goreng in Monkey Forest Road guardando per strada o i ristorantini di fronte è un’esperienza davvero piacevole.

La riflessione finale su Ubud, però, è che, per quanto “aliena” e affollata di qualsiasi cosa come macchine, musei, strade, templi, ristoranti, vicoletti, motorini, marciapiedi dissestati, alberghi, spa, palazzi nuovi, case diroccate, guesthouse, monumenti, pullman, pali della luce, cestini votivi, abitanti, fiumane di turisti, gelaterie, clacson, statue e chi più ne ha più ne metta, e per quanto assurdamente urbanizzata e cacofonica possa essere la città, appena si volge lo sguardo oltre i suoi confini, molto poco oltre, tutto sparisce.
Una sola voce si sente e sovrasta, potentissima, qualsiasi cosa. La voce silenziosa della Natura.

Escursione al Centro/Nord
E la natura è nuovamente la protagonista della prima parte dell’escursione del giorno successivo, quella verso il centro/nord di Bali.
Risaie Jatiluwih
Prima tappa, le Risaie di Jatiluwih, a un’ora e mezza, circa, da Ubud. Val la pena di segnalare, però, lungo la strada, la piccola Foresta delle Scimmie di Sangeh.
Vista la lontananza del sito finale dell’escursione di oggi, noi abbiamo deciso di non fermarci; chi, però, dispone di più tempo può sicuramente tenerla in considerazione, ne parlano come di una Monkey Forest in formato ridotto e meno turistica.
A noi, che l’abbiamo solo costeggiata dall’esterno, ha messo, in verità, un po’ d’angoscia. Mai avevamo visto, una foresta così assurdamente fitta…

Massimamente rasserenanti e piacevolissime, invece, le Risaie di Jatiluwih, patrimonio UNESCO, ampie e piene di luce.
Molto “versatili”, all’entrata offrono una chiarissima mappa in cui sono segnalati i vari tipi di percorso di trekking, da quello “facile” e breve (45 minuti) a quello più impegnativo, lungo alcune ore.

Noi, avendo un bambino, abbiamo preferito seguire quello breve, assolutamente gratificante e sufficiente ad apprezzare il sistema di irrigazione di Bali, il subak, e gli splendidi e ordinati terrazzamenti.
Completava il bucolico quadro la presenza (credo turistico-coreografica) di qualche contadino al lavoro.
Gran bella passeggiata, immancabilmente conclusa con un cocco squisito in un bar abbarbicato sui declivi. Spettacolare, ça va sans dire, la vista sulle risaie. (Entrance fee meno di 3 euro).
Volendo fare un confronto con le altre risaie “famose”, quelle di Tegalalang, possiamo dire che Jatiluwih, oltre ad essere posta su un’area già in partenza più aperta ed estesa è anche molto meno “soffocata” da bar e ristoranti.
Se a Tegalalang, dalla strada, quasi non si riesce a vedere cosa c’è oltre gli edifici che circondano le risaie, a Jatiluwih il panorama non è ostruito da nulla.
Le strutture, infatti, sono più arretrate e, pur offrendo una vista spettacolare ai propri clienti, non la impediscono a chi non lo è.

TEMPIO SUL Lago Beratan
Oltre Jatiluwih, a circa un’ora verso nord, la nostra escursione è proseguita con la visita al tempio sul Lago Beratan, Ulun Danu Beratan Temple.
Si tratta di un bel complesso sacro, posto a 1200 metri di altitudine, composto da piazzali, edifici e templi, alcuni dei quali direttamente sull’acqua.
Essendo capitati in concomitanza con qualche ricorrenza induista, abbiamo avuto la sfortuna di trovarlo affollatissimo di fedeli e turisti, ma anche la fortuna di vederlo riccamente addobbato con decorazioni colorate che hanno reso l’atmosfera molto festosa.

Fattosi tardi, abbiamo deciso di tornare in hotel senza spingerci, come avevamo sperato, fino alle cascate di Sekumpul e Git Git, molto più a nord.
intorno a Ubud
E siamo arrivati al giorno della partenza da Ubud. Prima di proseguire verso la tappa successiva, abbiamo passato la mattina a caccia di cascate.
Tibumana waterfall
La prima è stata Tibumana Waterfall. Pur avendo una portata d’acqua piuttosto limitata, questa cascata, trovandosi in una zona raccolta e formando una piccola polla deliziosa, è un sito turistico gradevole.
Certo, bisogna fare i conti con le miriadi di Instagrammer che cercano la foto perfetta e ti impediscono di fare un bagno in santa pace, però, tutto sommato, una visitina veloce da quelle parti può avere il suo perchè.
Non foss’altro per il bel percorso – forse la parte migliore della visita – che si deve fare per arrivare lì. Tra sentierini e ponticelli, infatti, per giungere alla cascata si passeggia in una splendida (ma un po’ “addomesticata”) foresta pluviale.

Tegenungan Waterfall
La tappa successiva di quest’ultima mattinata in zona Ubud è stata la più famosa Tegenungan Waterfall, cascata senz’altro turistica e, quindi, affollata, ma ugualmente molto bella. Ampio e suggestivo il contesto naturale in cui è inserita.

Suggestivo anche il percorso per arrivarci. Una camminata a bordo fiume che, in alcuni punti, più che l’Asia, ricordava qualche regione degli Stati Uniti del nord o del Canada; mancavano solo il setaccio per le pepite d’oro o la canna da pesca per le carpe. Molto bello, comunque. (Ingresso a meno di 1 euro).

Canggu, Bali on the road con bambini, parte terza
Dopo l’escursione alle cascate, ci siamo diretti nuovamente sulla costa, direzione Canggu. Prima di arrivarci, però, abbiamo fatto tappa al tempio sull’acqua di Tanat Lot.
Si tratta di una struttura posta su un grosso scoglio raggiungibile a piedi, più o meno agevolmente a seconda della marea.

Più che l’apprezzamento per l’architettura religiosa, la cui visita interna è preclusa (si può arrivare solo fino a uno sperone di roccia laterale), di questo sito turistico è bello osservare proprio il fenomeno della marea e il “pascolare” della folla che la segue sull’area antistante il tempio.

Folla di cui noi, tra l’altro, eravamo parte integrante. E’ stato molto divertente camminare sulla sabbia, saltellare tra le rocce piatte con le infradito in mano, fuggire dalla marea che saliva e ritrovarsi comunque fradici perché non si era riusciti a scappare dalle ondate improvvise. Atletico! (Bambini naturalmente sott’occhio).
E dopo il Tanat Lot, eccoci a Canggu…

Canggu è un posto singolare…. sicuramente ottimo per surfare o per imparare a farlo (ci sono molte scuole lungo la spiaggia, associate a bar di tipo “surfistico”, quindi molto, molto easy).
Per il resto… Canggu è una cittadina complicata da descrivere. Diciamo che fonde egregiamente due aspetti contrapposti: una fenomenale spinta alla crescita e, contemporaneamente, una grande trasandatezza e mancanza di manutenzione.
A Canggu si possono trovare hotel bellissimi, affiancati a zone di detriti e immondizia, ristorantini veramente spettacolari a strutture cadenti, edifici in costruzione potenzialmente splendidi a edifici in costruzione abbandonati, luoghi di coworking per i nomadi digitali strepitosi (ci ha molto colpito l’estetica, l’atmosfera e la velocità di connessione del Dojo Bali Coworking) a radure spelacchiate in cui le mucche pascolano in mezzo alla plastica, beach club assolutamente stupendi a porzioni di spiaggia attraversate da rigagnoli non ben definiti. E via dicendo, di contrasto in contrasto. E intorno a questo luogo bizzarro? Infinite risaie…
Noi a Canggu ci abbiamo passato 3 giorni e, nonostante questo suo esistere a scacchiera, aggiunto all’immancabile traffico balinese, non ci è per niente dispiaciuto.
Abbiamo dormito al Perissos Echo Beach Hotel (prenotato su Agoda, 104 euro, 3 notti per 2 adulti e 1 bambino).

Il Perissos, tra l’altro, ben rappresentava le contraddizioni di questa città in rapida evoluzione: era un hotel nuovo, molto bello, ma mancavano le rifiniture finali e non sembra fossero in previsione; la vista, a sinistra, era su una spiazzo senza nulla, in cui venivano bruciate le immondizie, a destra su un tetto di lamiere arrugginite, forse di un garage, e su una serie di teloni mezzi strappati. Sotto, la stradina di accesso all’hotel era dissestatissima.

Però… era ecologico (no bottiglie di plastica in camera, ma acqua nei distributori ai piani) e la tv, che era smart, aveva anche il Chromecast e ci si poteva vedere Netflix…
L’albergo, comunque, nonostante alcune carenze, ci è piaciuto molto e non solo perché era vicino a ristoranti e negozi o perchè il mare era a due passi, ma perché era “immerso” nella musica.
Dallo strano garage arrugginito, infatti, usciva, notte e giorno, una bellissima musica elettronica. A questa si associavano continue celebrazioni buddiste (così mi hanno detto) che, microfono con effetto eco alla mano, producevano spettacolari suoni ipnotici (tipo OM ripetuto ossessivamente e associato a qualche genere di gong). Può sembrare fastidioso, invece era magnifico.
Mi svegliavo all’alba e, mentre la mia famiglia ancora dormiva, uscivo sul balcone e osservavo il sorgere del sole, mentre nell’aria si diffondevano questi suoni meravigliosi, sovrapponendosi in modo curiosamente armonico. Surreale, ma veramente catartico.
Sorto il sole, svegliata la famiglia e fatta colazione, si usciva in quel di Canggu… e si piombava nel caos, con gente dappertutto.
Movimentatissime, tra le mille vie, Jl. Pantai Batu Bolong, piena di bar, ristoranti e negozi e, pur meno ricca, Jl. Pantai Batu Mejan; la prima termina sulla spiaggia omonima, la seconda su Echo Beach.
Menzione di merito, in un luogo in cui il mare è abbastanza complicato, più adatto ai surfisti che ai bagnanti, sono senza dubbio i beach club, alcuni dei quali veramente strepitosi (e pressoché gratuiti, basta una bibita). Tra questi il Finn’s, ad esempio, che è molto elegante e raffinato (e un pelo spocchioso, in verità).

Ma soprattutto, meraviglioso il La Brisa, che si merita il gradino più alto del podio tra tutti i beach club di Bali (non solo di Canggu) per l’atmosfera di assoluta rilassatezza che lo contraddistingue, anche nei confronti dei bambini.
Piscine, ristoranti e bar in uno spettacolare stile tropicale, direttamente sulla spiaggia. Davvero molto bello sguazzare in piscina, tra un cocco e l’altro, con un bellissimo sottofondo musicale, magari fermandosi fino al tramonto (anch’esso catartico) per un aperitivo o una cena vista mare.

Canggu…. che luogo strano…
Fra qualche anno, quando le aree in dissesto saranno sostituite da attività commerciali, alberghi, case (sono moltissimi i cantieri aperti) probabilmente sarà un posto strepitoso, caratterizzato da questo stile in bilico tra l’etnico e l’internazionale, tra Oriente e Occidente, tra passato, presente, ma anche futuro. Già adesso, con le dovute consapevolezze, in parte lo è.
Canggu… una meta interessante, da tenere senz’altro d’occhio.

Seminyak again, Bali on the road con bambini, parte quarta
Dopo la particolarità di Canggu, comunque di non facile digestione, abbiamo deciso di chiudere il nostro viaggio con alcuni giorni di relax al mare.
Volendo rimanere a Bali e avendo, quindi, escluso le Isole Gili, abbiamo optato per Seminyak, la località balneare che, tra tutte quelle visitate on the road, ci era piaciuta di più.
Gira e rigira (l’ultimo hotel lo avevamo lasciato per l’estro del momento) abbiamo deciso di tornare a Jl. Camplung Tanduk, la via del nostro primo albergo a Bali.
Essendo ormai metà luglio gli hotel a prezzo accettabile cominciavano ad essere pieni. La fortuna ha voluto che ci fosse una camera libera all’Ibis Budget Hotel, una struttura low cost molto carina.
Appartenendo a una grande catena internazionale (Accor), nonostante il prezzo basso, contrattato direttamente in albergo (4 notti, 2 adulti e 1 bambino, con colazione, 108 euro) si è rimasti ben al di sopra degli standard minimi garantiti (eccezion fatta per gli asciugamani, decisamente sotto…).
Veramente comoda la posizione. Pur essendo più lontani dal mare di un paio di minuti, rispetto alla prima volta, avevamo a disposizione un gran numero di ristoranti, bar, negozi, agenzie di escursioni, supermercatini, ATM, spa, sia low budget che di lusso.
Va detto, comunque, che nonostante la presenza di non poche attività di alto profilo (il ristorante Gado Gado, la Spa Bali Dyanapura, i super resort Anantara, Courtyard by Marriott e The Royal Beach), la comodissima Jl. Camplung Tanduk non è una via elegante di per sé, ma condivide con tutta l’isola quel costante senso di trasandata incuria (oltreché un traffico assordante).

Però è comodissima! E grazie a questa comodità abbiamo trascorso gli ultimi giorni (di un viaggio veramente intenso), in pieno relax, tra mare, bagni e passeggiate sulla spiaggia.

Ma anche aperitivi, bagni nelle piscine dei beach club, pranzetti, cene e tanti, tanti cocchi, allietati dai bellissimi suoni di un 48 hours rave party che, organizzato proprio lungo Jl. Camplung Tanduk, diffondeva musica magicamente riverberante fino al mare, dove si fondeva con quella di tutti i bar on the beach. Ancora una volta… meravigliosamente surreale…

Una bellissima musica portata dal vento… fino all’ultimo spettacolare tramonto….

Bye bye Bali…
Monica Cruciani | Travelling – Viaggi intorno al mondo (chi siamo)

